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CONGRESSO USA

Anche i senatori legano le mani di Trump sull'Iran

Scontro al calor bianco nel Senato Usa, dove quattro senatori passano all'opposizione per votare una risoluzione sui poteri di guerra del presidente. Segnale forte per Trump e la sua gestione del conflitto in Iran.

Esteri 25_06_2026
Bill Cassidy (AP)

Se gli analisti di politica estera sono e restano sbalorditi dalla facilità con cui Trump ha firmato con l’Iran un Memorandum di intesa, con clausole che letteralmente svendono le richieste americane, è perché forse sottovalutano la dura battaglia in corso al Congresso.

Il 23 giugno, dopo il voto alla Camera, anche al Senato, a maggioranza repubblicana, è passato il testo della risoluzione sui “War Powers” del presidente. Non si tratta di una vera e propria legge, non è vincolante, ma richiede una consultazione con il Congresso prima di decidere un’azione militare. Di fatto è una misura che impedirebbe a Trump di riprendere le operazioni militari contro l’Iran, anche se quest’ultimo dovesse rifiutare il negoziato o non rispettare i termini del memorandum di intesa. Questa risoluzione sta compiendo un iter che è iniziato ben prima della firma di Trump a Versailles del primo accordo con l’arcinemico di Teheran. Quindi possiamo solo immaginare la pressione interna sul presidente, che va ad aggiungersi, manco a dirlo, alla palese contrarietà al conflitto di una buona parte della sua amministrazione, incluso il vicepresidente JD Vance (non a caso è lui a negoziare personalmente con il regime di Teheran).

La risoluzione sui poteri di guerra del presidente è passata con un voto compatto dei senatori democratici, più quattro dissidenti repubblicani che hanno permesso di ribaltare la maggioranza: Bill Cassidy (Louisiana), Susan Collins (Maine), Lisa Murkowsky (Alaska) e Rand Paul (Kentucky). Solo di quest’ultimo si può parlare di voto ideologico: Paul, proprio come il più celebre padre Ron, è un libertario e un isolazionista convinto. Lisa Murkowsky, non da oggi, si erge a capofila dei senatori anti-Trump repubblicani e ormai i suoi scontri con il presidente sono innumerevoli. Susan Collins era una convinta sostenitrice dell’intervento in Iran e ha difeso la scelta del presidente. Ma scaduti i 60 giorni del “War Powers Act” del 1973, durante i quali il presidente può agire d’emergenza in un conflitto anche senza chiedere il consenso del Congresso, ritiene che la palla debba passare di nuovo al potere legislativo. Infine, al gruppo del dissenso interno, si è aggiunto anche Bill Cassidy, non si sa se per convinzione politica o per motivi elettorali/personali: Trump, considerandolo troppo poco fedele a sé, non lo ha appoggiato nelle elezioni primarie per la sua ricandidatura nella Louisiana e di fatto ha causato la sua sconfitta.

Con Cassidy è avvenuto lo scontro più duro, nel pranzo con i senatori organizzato da Trump il 24 giugno. Il presidente, con i suoi soliti modi canzonatori, lo avrebbe dileggiato in pubblico per la sua mancata rielezione nella Louisiana. Restando sul tema della lite, Cassidy si è alzato. «Non avete detto al popolo americano cosa sta succedendo», ha detto di aver detto a Trump. «Doveva durare quattro settimane, invece è durata quattro mesi».

Ma la risoluzione sull’Iran e sui poteri di guerra del presidente si inserisce in un dibattito molto più ampio (e molto più duro) sulla politica interna. A Trump, infatti, interessa soprattutto che i Repubblicani vincano le elezioni di novembre. Ed è convinto che non le possano vincere se non passerà il pacchetto di riforme sulle regole elettorali chiamato “Save America Act”, una legge che prescriverebbe un documento di identità valido per gli elettori che si presentano al seggio. Ma per una legge così importante che cambierebbe il rapporto di forze fra governo federale e singoli Stati (fino ad ora sono gli Stati che stabiliscono le regole elettorali), occorre la maggioranza qualificata di 60 voti in Senato su 100. I Repubblicani, che pure sono in maggioranza, hanno 53 seggi e nessun Democratico vuole votare per impedire a un cittadino di entrare in un seggio a votare senza documenti. Lo considerano un atto di razzismo.

Siccome i Repubblicani considerano il “Save America Act” come una causa persa e non appoggiano le proposte per cambiare le regole del voto in Senato, Trump per rappresaglia ha rifiutato di firmare una legge bipartisan sulla liberalizzazione delle regole dell’edilizia, considerata da entrambi i partiti importante per il rilancio del settore. E così, uno scontro sempre più duro fra il presidente e i suoi senatori si riflette anche sulla politica estera, con i membri del legislativo sempre più apertamente insofferenti del loro “padre-padrone” e quindi più pronti a legargli le mani sull’Iran.