• MEMORIA

Albania comunista, incubo da non dimenticare

Il sangue di Abele, vivi per testimoniare, parla dei crimini perpetrati dal regime albanese ed è basato sugli scritti di Zef Pllumi, un frate francescano, tra i pochi sopravvissuti del clero cattolico alla sanguinaria dittatura comunista.

Enver Hoxha

Atrocità inenarrabili, violenze inaudite, negazione di ogni diritto umano: tutto questo è stato il comunismo nel mondo. Definirlo il “cancro” dell’umanità può risultare perfino riduttivo e limitante dopo aver letto alcuni volumi assai illuminanti, scritti da chi quelle nefandezze le ha subite sulla sua pelle, le ha osservate con i suoi occhi e difficilmente potrà dimenticarle. Gli orrori del comunismo albanese rappresentano l’ennesima declinazione perversa di un’ideologia che ha seminato morte e terrore in tutti gli Stati nei quali si è affermata. Ovunque il comunismo abbia preteso di imporre la sua visione collettivista e il suo volto autoritario e sanguinario, ha prodotto aberranti e spersonalizzanti storture e una regressione barbara nei comportamenti umani e nell’interazione tra gli individui.

Ecco perché rinfrescare la memoria su queste brutture della storia dell’uomo è sempre un esercizio non ozioso né retorico e l’occasione per farlo la offre un volume presentato nei giorni scorsi al Senato, alla presenza di Silvio Berlusconi, che ne ha curato la prefazione. “Il sangue di Abele. Vivi per testimoniare” parla dei crimini perpetrati dal regime albanese di Enver Hoxha ed è basato sugli scritti di Zef Pllumi, un frate francescano albanese, tra i pochi sopravvissuti del clero cattolico alla sanguinaria dittatura comunista di quegli anni. Curatrice dell’opera Keda Kaceli, giovane albanese da anni trapiantata in Italia.

La voce postuma di padre Zef, sulla scia del grande Aleksandr Solženicyn, rompe il silenzio sulle persecuzioni e sugli abomini perpetrati dal regime comunista di Enver Hoxha ai danni degli ordini religiosi e degli oppositori politico-intellettuali in Albania al tempo della dittatura.

Torture, mortificazioni, sevizie, esecuzioni sommarie sono i raccapriccianti scenari dai quali sale a gran voce il desiderio di libertà e nei quali giganteggia la fede di un martire contemporaneo.
Dal testo emerge inoltre la drammatica verità storica sul volto del comunismo albanese: un esperimento di scienziati politici criminali che riduce la nobile nazione balcanica a laboratorio di ingegneria sociale. Un enorme “Stato-lager” dove, in nome dell’utopia ateo-marxista, l’individuo è privato della sua dignità e risulta “cosificato” sull’altare dell’ideologia e delle pretese di annientamento di ogni forma di dissenso e di riconoscimento di qualsivoglia alterità culturale e socio-politica.

Tradotta in numerose lingue, l’opera, curata con vibrante passione e solida perizia ricostruttiva da Keda Kaceli, ha riscosso l’interesse e l’apprezzamento di un numero sempre maggiore di lettori sparsi in tutto il mondo, anche grazie ad uno stile di scrittura scorrevole che ne facilita la lettura e la qualifica come preziosa opera letteraria. Una raffinatezza stilistica che ha già procurato all’autore numerosi premi e riconoscimenti.

L’opera raccoglie le memorie della vita di Padre Zef ed è la cronaca di eventi che permettono di ricostruire la storia del regime e delle sue efferatezze in terra d’Albania. Il volume ricorda per certi versi “Il libro nero del comunismo” col quale condivide l’impostazione di saggio storico su vicende ancora ignote a gran parte dei lettori occidentali. Padre Zef è un martire che ha vissuto gran parte della sua vita nelle prigioni comuniste, sottoposto a torture inumane, persecuzioni e sofferenze psicofisiche inimmaginabili. Senza mai piegarsi, nemmeno per un istante, senza mai rinnegare Gesù Cristo, ha accettato con quella forza, che è solo della speranza e della fede, il suo doloroso destino. Per un disegno della Provvidenza che lo ha voluto “vivo per testimoniare”, Padre Zef è sopravvissuto al terrore dell’utopia marxista e, da martire, aspirando al Paradiso,  ha patito il vero Inferno, fatto di cattiverie inaudite e di sopraffazione sistematica della persona.

Nel volume sono descritte le persecuzioni e le torture messe in atto dal regime ai danni del clero cattolico, degli intellettuali, degli imprenditori e dei commercianti. Le persecuzioni subite dall’ordine francescano e da quello gesuita sono state le più dure e le più cruente: la religione era considerata la matrice del pensiero reazionario-capitalista occidentale e come tale, nelle intenzioni del regime comunista, andava soffocata. L’opera è una testimonianza diretta che era doveroso rendere nota anche in Italia, poiché porta alla luce la veridicità dei fatti raccontanti, rendendoli inconfutabili. Keda Kaceli, che nello sterminio comunista ha perso anche suo nonno, ha voluto offrire agli italiani la possibilità di conoscere fatti storici spesso ignorati laddove non addirittura distorti dai risentiti reduci di una ideologia che nega Dio e annienta l’uomo.

La Chiesa ha subito in Albania un trattamento con pochi precedenti nella storia delle persecuzioni per motivi religiosi: «Chiusero i luoghi di culto – si legge nel volume - La fede venne colpita laddove era la sua casa, dove la religione aveva dimora. Dopo la chiusura delle chiese, del seminario, della casa dei gesuiti e delle scuole francescane, ci fu un moto per riorganizzare la Chiesa… la situazione economica del paese andò peggiorando di giorno in giorno, tuttavia nel convento francescano il corso di studi teologici continuava. Erano giorni molto difficili. Arresti e fucilazioni. Non c’era bisogno di essere lungimiranti per capire quale sarebbe stato il domani: la tempesta portava altra tempesta».

E la domanda indotta da questi racconti così disarmanti è sempre la stessa: perché nelle scuole italiane non si studiano anche queste vicende? Perché la storiografia italiana continua ad essere imbevuta di quegli ideali marxisti-leninisti che forniscono interpretazioni unilaterali della storia dell’uomo? La democrazia deve alimentarsi alle sorgenti di un sano confronto tra differenti e anche opposte visioni della società e della cultura. E la civiltà non può che nutrirsi di memoria e di esempi capaci di lasciare un segno ben più forte di qualsiasi altra azione politica.

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