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Addio Seconda Repubblica

L'estromissione di Silvio Berlusconi dal Parlamento, secondo molti, equivale alla fine della Seconda Repubblica. Berlusconi ha pronunciato un discorso che ricorda quello di Craxi: chi canta vittoria ora, in futuro può anche piangere.

Silvio Berlusconi

L’estromissione dal Parlamento di Silvio Berlusconi equivale, secondo molti, all’inizio della fine della Seconda Repubblica, nata sulle ceneri di Tangentopoli e delle inchieste che hanno decapitato tutti o quasi tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica. C’è chi si dice convinto che questo quadro politico si scomporrà definitivamente nel 2015 (se non prima) e che nulla sarà più uguale a prima dopo quella data.

Lo spartiacque, secondo questa tesi, dovrebbe essere il semestre italiano di presidenza europea, concluso il quale Enrico Letta dovrebbe considerare archiviata la stagione delle larghe (o semilarghe) intese e Giorgio Napolitano esaurito il suo ruolo di pacificatore e riequilibratore. Subito dopo, il Parlamento dovrebbe sciogliersi e le nuove elezioni dovrebbero aprire la strada alla Terza Repubblica, fondata su un bipolarismo tra una sinistra socialdemocratica e una destra liberaldemocratica, entrambe moderate dalla presenza di idee e uomini di centro.

A fronte della prospettazione di un simile scenario, c’è però più di qualcuno che storce il naso, sia perché non è assolutamente convinto della fine politica di Silvio Berlusconi, sia perché ritiene che un bipolarismo maturo non possa nascere in così poco tempo e soprattutto non possa generarsi da un governo che vede insieme la sinistra e una parte significativa del centro-destra alleati ma con margini numerici non sufficienti (dopo il distacco di Forza Italia) per fare quelle riforme istituzionali necessarie al Paese.

Ci sono troppe incognite per poter definire al momento un orizzonte politico di lungo periodo. Anzitutto il ruolo che vorrà giocare il futuro segretario Pd, Matteo Renzi di qui al 2015. Si accontenterà di guidare un partito che certamente gli si rivolterà contro o asseconderà senza freni inibitori la sua ambizione di guidare il Paese e quindi staccherà la spina all’attuale esecutivo?

In questo momento il governo Letta ha tre nemici assai rappresentativi: Renzi, Berlusconi e Grillo. Le elezioni europee di primavera saranno il banco di prova e la cartina al tornasole della consistenza dei tre leader “di opposizione”. Un Pd guidato da Renzi dovrà incrementare il consenso raccolto dal Pd di Bersani, altrimenti verrà subito messo sotto processo, Forza Italia dovrà confermare che la leadership di Berlusconi resiste all’usura e agli attacchi della magistratura, anzi si consolida, e Grillo cercherà di cavalcare il vento antieuropeista che sembra soffiare con una certa consistenza nel Paese. È evidente che se le elezioni europee regalassero una crescita elettorale a Pd, Forza Italia e Grillo, il governo sarebbe più debole e a tenerlo in vita artificialmente sarebbe proprio la coincidenza della guida italiana del semestre europeo.

C’è anche l’incognita Porcellum. Martedì la Corte Costituzionale potrebbe bocciare il premio di maggioranza senza soglia minima previsto dall’attuale legge elettorale e a quel punto il Parlamento in carica sarebbe delegittimato perché oltre duecento parlamentari, eletti grazie a quel premio, non potrebbero restare in carica. Questo almeno sostengono alcuni autorevoli costituzionalisti. In tale ipotesi, cosa potrebbe fare Napolitano se non sciogliere le Camere, eventualità che lui intende scongiurare in tutti i modi?

Infine, ma non da ultimo, una considerazione sul clima giustizialista che si è creato, anche a causa dell’atmosfera elettorale in casa Pd, e che ha pesato certamente sull’accelerazione del verdetto del Senato sulla decadenza di Berlusconi. Per favorire la partecipazione del popolo dei democratici alle primarie dell’8 dicembre, i senatori di sinistra non avevano scelta: dimostrare rispetto per la legalità e quindi infliggere al nemico storico la pena prevista dalla legge Severino. Il discorso fatto da Berlusconi in piazza a Roma mentre si consumava l’ultimo atto della sua parabola parlamentare ha però un precedente illustre e ricorda per certi versi quello di Craxi alla Camera agli inizi di Tangentopoli. L’ex segretario del Partito socialista italiano invitava il Parlamento a non gettare la croce solo su un partito e a prendere atto che il sistema politico era impregnato di logiche corruttive che consentivano al sistema medesimo di andare avanti e di autorigenerarsi. I manicheismi, secondo Craxi, avrebbero allontanato il Paese da una seria presa di coscienza dei problemi del Paese e avrebbero consegnato il Paese in mani straniere, nelle mani di chi, dall’esterno, aveva alimentato quel furore iconoclasta connaturato alle inchieste di Mani Pulite. Le parole di Bettino rimasero lettera morta, ma la storia ha dato ragione all’ex leader socialista, confermando che i responsabili di quel meccanismo malato di interazione tra politica e affari erano equamente distribuiti in tutti i partiti, anche nel Pci.

Berlusconi, mercoledì scorso, nel denunciare la presunta persecuzione che lo vedrebbe vittima, ha voluto anche ricordare che nei vent’anni di sua presenza in politica nessuno si è impegnato seriamente a cambiare le cose ma tutti si sono adeguati al sistema, senza dimostrare alcuna sincera volontà riformatrice. Che ancora una volta debba essere la magistratura a fare selezione politica è assai triste e siamo certi che se la sua azione fosse davvero neutrale, imparziale, super partes, tutte le forze politiche e tutti i leader di partito avrebbero qualcosa da farsi perdonare. I manicheismi di oggi ricordano quelli del ’93, e anche questa volta chi canta vittoria è destinato a versare lacrime amare molto presto.

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